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500 Maestri D'Arte

Triannuario di Arte Contemporanea – Ars Magistris

L’Ampolla di Ebe

Dimaestro

Nov 11, 2020

E fra l’altre immortali ultima vennerugiadosa la bionda Ebe, costrettiin mille nodi fra le perle i crini,silenzïosa, e l’anfora converse:e dell’altre la vaga opra fatalerorò d’ambrosia; e fu quel velo eterno.

Ugo Foscolo, il velo delle Grazie, vv.205

Ebe era l’enofora, colei che versava l’ambrosia agli Dei, non un vino aromatico, ma una bevanda che luccicava come l’oro e rendeva le divinità immortali.

In Occidente non sono passati tutti i meriti di questa giovane ancella, austera e bella. Si trova scritto che si opponeva a Geras, il dio della vecchiaia, ossia  l’anziano, cioè colui che incarna, di per sé, una virtù, poiché la gēras donava agli uomini  kleos (fama) e areté (eccellenza e coraggio). Ora la domanda è: perché Ebe versava una bevanda che donava immortalità a chi immortale lo era per antonomasia? E poi, perché lei si opponeva a un dio che donava fama e coraggio?

Il fatto è che, in Occidente, abbiamo tradotto senza approfondire la ricerca sui testi antichi originari, per cui l’esegesi, nel corso dei secoli, risulta condizionata dai tanti traduttori che, in più modi, modificarono i racconti e le novelle assecondando la filosofia del tempo. Fu questo modus operandi che fece sì che l’esegesi, appunto, non fosse scientifica né contestualizzata nella storia della cultura delle varie etnie che hanno tramandato il culto di Ebe.

 Antonio Canova non è un grande nella storia dell’arte solo perché fu uno scultore eccellente, è un grande anche perché fu un attento studioso che dava forma e immagine a quel mondo immaginario delle novelle antiche, ai miti che lui leggeva a Roma in greco e latino antico. Nella scultura da lui realizzata, Ebe appare nella sua allegoria più tipica, si erge dritta in equilibrio a scendere, il piede sinistro in avanti, con il vento che le modella la veste, fermata da una cinta all’altezza dei fianchi, con uno sbuffo sopra l’ombelico. I seni sono scoperti, una collana d’oro è premessa all’ascesa del collo e quindi al viso, giovane, appena sorridente e austero.  Nella versione custodita all’Hermitage, la discesa da un luogo ultraterreno è più evidente perché ai suoi piedi fu modellata una nuvola. A creare il chiasmo è il braccio destro alzato, la mano a reggere la piccola ampolla di bronzo dorato, sorretta, con un’eleganza mirabile, soltanto con l’indice e il pollice.  Il braccio sinistro regge il calice a coppa, il gomito leggermente indietro a compensare il passo e quindi la gamba destra. Tutto è sospeso, in un attimo che si è fissato nell’eternità. Persino il marmo ha perso il suo peso e ha assunto la materia delle nuvole e del vento.

Ebe, figlia di Zeus ed Era, versava nei calici ciò che rendeva gli dèi ebbri. L’ebbrezza teneva lontane dall’ebbro la tristezza e la melanconia. L’ambrosia donava nuove percezioni, un nuovo sguardo sul tempo passato, su quello presente e sui tempi a venire, si potevano avere presagi e premonire ciò che il presente non faceva vedere.

Ebe aveva come entità che la contrastava, più per darle evidenza che per antagonismo, Geras, colui che dispensava coraggio e fama. Geras, da cui il termine geriatria, era il vetusto, l’eroe invecchiato che tramandava alle nuove generazioni le  imprese compiute per il bene della comunità. Vetusto era il vecchio che intorno al focolare raccontava le gesta epiche dei soldati in battaglia, era l’esperienza che poteva esser da monito e formare le coscienze. Geras simboleggia colui che ha vissuto e sa condividere, senza mostrare superiorità o saccenteria.

Il vecchio cantava le gesta epiche perché il ricordo divenisse memoria. Sulle tombe dei vetusti ci si riuniva e si facevano simposi, sulle cripte degli eroi della teologia costruirono cattedrali. Ebe, invece, evoca gli archetipi della fanciullezza, è la giovinezza senza tempo, è la parte che in noi rimane bambina. I Greci le diedero immagine di ragazza e un aspetto femminile. Essa rappresenta fondamentalmente la gioia spontanea, libera, aperta alla magia e all’immaginazione, è la gioventù che ha la fiera incoscienza di sperare anche nell’impossibile. Ebe è l’energia che ha un dio anche se si è atei o agnostici.  È credere, con uno sguardo incantato sul mondo.

Nella mitologia ellenica, in effetti, Ebe ricopre un ruolo di poca importanza, ma le sue radici hanno una eco molto, molto antica.

Su di lei non sono stati trovati documenti che ne narrino le gesta o ne descrivano i lineamenti o i tratti specifici, questo a confermare quanto Ebe fosse considerata pura energia che dal trascendente scendeva a illuminare l’immanente e l’interiore. Non poteva, quindi, essere identificata in una figura con un corpo e una personalità di un dio o di una dea che pur abitando nel sovrumano, aveva pulsioni e vicende del tutto simile agli umani.

Ebe è per alcuni tratti simile a Eros, una energia illuminata e consapevole, dirompente ed incontenibile, piena di vita e capace di cambiare  la vita come il vento che arriva e trasmuta Clori in Primavera. Figlia di Zeus e di Hera, con la quale  pare avesse il suo legame più forte, Ebe è considerata come la parte complementare della sua genitrice, in un rapporto di reciprocità in cui l’una trae significazione dall’altra, come accadde a Demetra e Proserpina. La cultura greco-romana, patriarcale e misogina, ha evidenziato Hera nella dea gelosa e invidiosa di Ercole perché preferito da Giove, ma se si va a ricercare bene nelle sue caratteristiche più antiche, allora troviamo simbologie misteriose che la identificano come la Grande Dea Madre che protegge gli uomini e tutto comprende, Matrona della Terra e del Cielo, della Vita e della Morte, Custode delle messi, delle piante, degli animali e di tutto il Grande Ciclo delle stagioni.   Per quest’ultimo aspetto è vicino a Demetra, che permette alla figlia Proserpina di rivelare un altro volto di Ade e di spalancare per sei mesi il regno dei morti.

Ebe è parte complementare di sua madre, un suo riflesso. Luminosa, sicura e rassicurante, l’eterna giovinezza è il suo dono. Permetteva agli dei di rimanere eterni, preparando e servendo l’ambrosia, che pare avesse il colore dell’oro. Lei, e solo lei, faceva discendere e nutriva quella giovinezza senza tempo che respira e pulsa in ogni persona. 

È Ebe dunque che ci fa sperare fino all’ultimo, è lei a indicarci la via, oltre il rovo dell’invecchiamento della carne e della materia. Lei ci dona l’incoscienza vogliosa, lo scoprire il coraggio per lanciare oltre ogni limite il desiderio.

È lei che ci fa piantare un albero per vederlo muovere dal vento, germogliare perché poi dia frutti e ombra a chi verrà dopo di noi. 

È Ebe che ci dona l’immortalità e ci permette di vivere il presente come fosse un continuo attendere la gioia migliore, mai vissuta prima.

È lei a servirci il suo nettare meraviglioso, dorato e luminoso, trasparente e profumato. Beviamo e ci accorgiamo che i pianeti, gli astri, le effemeridi non contano più, né hanno più peso i dispiaceri o quel ricordo che si fa fatica a dimenticare. 

Con la sua ambrosia ci sentiamo danzatori provetti, giocolieri, clown e funamboli senza paura. 

Usciamo sotto il temporale senz’ombrello, ci facciamo pettinare dal vento e, seguendo il profilo cangiante delle nuvole, distinguiamo perfettamente, uno zoo completo.  

Col suo nettare ci sentiamo pronti a innamorarci ancora senza tempo e senza età.

Con Ebe non aspetteremo un’altra vita, butteremo via dadi e carte e giocheremo noi, con mani, piedi, unghie e cuore. 

Ah dolce e sorridente Ebe figlia, sorella, amica, compagna. 

Sei tu che dai la forza di rompere regole e abitudini, tu che ci rendi possibile il condividere e superare ogni divisione.

Sei tu che te ne freghi delle tolleranze perché quando si ha l’ebbrezza del tuo vino si è finalmente nella felice uguaglianza, tutti ad ammirare l’unica stella da dove siamo venuti e su cui tutti torneremo. 

Ebe che ci fa guardare negli occhi l’umano e l’animale per comprendere, in un unico sguardo, quel linguaggio ineffabile e chiarissimo che ci fa parte dell’essenza dell’universo. 

Ebe, che ci fa capaci d’imprese epiche, che ci dona il vigore di buttare carta e bussola per trovare le stelle col cielo nuvoloso, e una nuova rotta, una nuova via. 

Ebe che ci osserva dormire, mentre sogniamo un tempo migliore che forse verrà. 

Ah! Ebe, che ci fai correre ancora lungo clivi erbosi e girovagare senza se e senza ma, senza meta solo perché si è vivi. 

È il tuo luminoso vino che ci rende capace di arrossire per amore e per amore soffrire senza tempo, senza età. 

È lei che non sente la ragione dei pragmatici, dei noiosi, dei sapienti e dei saccenti, lei che invece ascolta più volentieri chi ha la ragione dei sentimenti, chi ha la passione e chi ha il coraggio di usare la tenerezza e sa ancora commuovesi. 

Quando beviamo il vino della sua ampolla, allora lei è lì con noi, ci porge la sua coppa e sorride felice di vedere il sorriso sulle nostre labbra e nei nostri occhi.

Antonio Canova dal 1796 al 1817 eseguì ben quattro versioni, oltre all’originale modello in gesso. La prima versione fu commissionata dal conte Giuseppe Giacomo Albrizzi e consegnata a Venezia a dicembre del 1799. Il conte Albrizzi la cedette al collezionista veneziano Giuseppe Vivante Albrizzi, nel 1830, questi la vendette al re di Prussia Federico Guglielmo III. Questa prima versione oggi è custodita presso l’Alte Nationalgalerie a Berlino.

 La seconda versione di Ebe, invece, fu scolpita da Canova  su richiesta di Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone. Nel 1808 fu esposta nel Salon di Parigi, ma entrò poi a far parte delle collezioni imperiali russe nel 1815 ed oggi è esposta al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

Sia la prima sia la seconda versione furono criticate con disprezzo. Scrissero ch’era antiestetico l’impiego del bronzo dorato per l’ampolla e la coppa, inoltre fu dichiarata sgradevole l’applicazione di una patina rosata data sulle parti del corpo di Ebe per  conferire verosimiglianza all’incarnato. La nuvola ai suoi piedi, poi, fu considerata una bruttura forse perché ricordava il repertorio barocco che in quell’epoca era considerato fuori dal pensiero corrente. Infine gli fu detto che il viso, sia nella prima che nella seconda versione, era svilito dall’assenza di espressione nel suo volto e che mancava quel sorriso di cui si narrava nei testi antichi.

Ma ai diversi denigratori Canova rispose in questo modo: “Mi sarebbe stata cosa assai facile il dargliela [l’espressione] ma certamente alle spese di essere criticato di chi sa conoscere il bello; l’Ebe sarebbe diventata una baccante”.

La risposta dell’artista è molto importante perché conferma la profonda conoscenza di miti e della cultura antica che permeava il fare arte di Canova. La differenza tra la baccante (menade) e Ebe non è casuale in questa analisi, entrambe le entità sono al servizio di divinità che le sovrastano, Ebe era al servizio di Zeus e Era, la baccante seguiva e celebrava i riti dio Dioniso. Ma c’è di più, sia la baccante che Ebe offrivano una bevanda che elevava gli animi umani e li predisponeva a guardare oltre ciò che era la zavorra delle materialità umane. Le baccanti, (menadi) sacerdotesse di Dioniso (Bacco per i latini) erano ninfe che seguivano il trionfo di Bacco quando si unì con Arianna. “Chi vuol esser lieto sia…” ma prima di tanta gioia e invito a godere del tempo presente che di quel che avverrà non v’è certezza,  Arianna, in effetti, chi era se non colei che fu tradita da Teseo il quale dopo lo scontro col Minotauro scordò promesse e impegni? Proprio lei, che sperando di sposarlo, lo aveva aiutato a uscire dal labirinto grazie al suo filo di lana. Arianna, beffata da un finto amore, fu amata da Teseo, pare, su un prato, e lì la lasciò dormiente, bellissima. Scrissero che aveva il capo adornato da una corona di fiori. Quando si svegliò ebbe consapevolezza di quel che era accaduto e stava accadendo, e fu avvolta dalla tristezza e pianse. I suoi gemiti e il suo dolore furono ascoltati da Dioniso che li accolse, asciugò lacrime, chiamò satiri, ninfe-baccanti e Sileno che fece in modo che la storia fosse cantata e tramandata; le baccanti versarono il vino e della tristezza non vi fu più ricordo. 

 La differenza tra Ebe e la Bacante è sostanziale. La sacerdotessa di Dioniso – Bacco svolge un rituale che porta le umane creature e la natura verso il divino in un movimento dal basso-materia verso l’alto-trascendenza; Ebe è il contrario, dopo aver svolto il rito della mescita dell’ambrosia agli Dei, scende verso le umane creature e la natura in un movimento dall’alto-trascendenza verso il basso-immanenza. È la relazione iconologica che lega Eros a Psiche quando il dio con le ali aperte scende a svegliare lei che giace come morta sulla nuda terra. 

Si usa associare il rubino del vino rosso alle baccanti e il topazio del vino bianco a Ebe. 

In questi anni si riscopriva l’innovazione musicale di Claudio Monteverdi, in particolare un brano “damigella tutta bella” composta nel 1607 il testo recita così: 

Damigella tutta bella
Versa versa quel bel vino
Fa che cada la rugiada
Distillata di rubino
Ho nel seno rio veleno
Che vi sparse Amor profondo
Ma gittarlo e lasciarlo
Vo’ sommerso in questo fondo
Damigella tutta bella
Di quel vin tu non mi sazi
Fa che cada la rugiada
Distillata di topazi
Ah che spento io non sento
Il furor de gli ardor miei
Men cocenti, meno ardenti
Sono ohimé gli incendi etnei
Nova fiamma più m’infiamma
Arde il cor foco novello
Se mia vita non s’aita
Ah ch’io veggo un Mongibello!
Ma più fresca ognor cresca
Dentro me siffatta arsura
Consumarmi e disfarmi
Per tal modo ho per ventura

 Ippolito Pindemonte, poeta veronese apprezzò molto la prima versione di Ebe, né trasse ispirazione e dedicò all’opera questi versi: “O Canova immortal, che addietro lassi / L’italico scalpello, e il greco arrivi…” 

Canova, non curante delle voci che avevano denigrato la prima versione di Ebe, eseguì, dunque, altre due versioni. La terza fu scolpì nel 1814, fu commissionata da Lord Cawdor, è custodita in Inghilterra a Chatsworth. La quarta fu commissionata dalla contessa Veronica Zauli Naldi Guarini, nel 1817. La contessa con la scultura di Ebe intendeva rendere più sfarzoso il suo palazzo a Forlì, l’opera oggi è custodita nella stessa città nel museo di San Domenico.

Qualcosa però le critiche avevano inciso e cambiato il senso estetico della raffigurazione nel sessantenne Cavona e in queste due ultime versioni di Ebe non è più rappresentata una nuvola, bensì, un tronco d’albero. 

Il modello in gesso, donato da Canova al discepolo Pompeo Marchesi, è oggi esposto alla Galleria d’arte moderna di Milano.

Alberto D’Atanasio 

Docente di Storia dell’arte O.R., già incaricato per l’Estetica dei linguaggi Visivi, Teoria della Percezione e Psicologia della forma 

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