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Triannuario di Arte Contemporanea – Ars Magistris

«Ascensione» dell’istrionico pittore spagnolo, Salvador Dalì, a cura di Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

Dimaestro

Mag 16, 2021

Ben trovato. Oggi ti presento l’«Ascensione» dell’istrionico pittore spagnolo, Salvador Dalì. L’artista immerge l’evento in un globo di luce gialla, un luminoso girasole. Fiore, non molto presente nell’iconografia religiosa, sconosciuto fino alla scoperta dell’America, da cui fu importato in Europa. Per il suo volgersi continuamente al sole è divenuto simbolo di dedizione, fedeltà. 

In una prospettiva di stupefacente tridimensionalità, Cristo sale al cielo, risucchiato dal globo di luce. Il volto scompare dietro l’evidenza dei piedi. La lezione del Mantegna è evidente. Gesù mantiene la forma della croce, le mani tradiscono lo spasmo della sofferenza. In realtà i chiodi non ci sono più ma Gesù sembra voler rimanere in quella posizione che esprime il sacrificio, la sua dedizione per l’uomo. Paolo in una delle sue lettere afferma che il Figlio di Dio: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce». Un sacrificio dunque accettato per amore, per un fine nobile: dare la vita. 

Ad accogliere Cristo nel suo trionfo sta un sole fulgido, granuloso, simile agli acheni maturi del girasole. Questi per il suo volgersi al sole, assumendone quasi le stesse caratteristiche (nel colore e nella corolla), è simbolo di adorazione e segno stesso della divinità. Per Dalì è segno del Padre che, con lo Spirito, sotto forma di colomba, accoglie il Salvatore al termine della sua missione sulla terra. Prima di ascendere al cielo, Gesù rivolgendosi agli apostoli, dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Frase potente sul quale costruire il nostro ottimismo. Non sei solo! Non siamo soli. Eppure quanta gente si lamenta quotidianamente. Persone scontente di quello che non va nella loro vita, nel mondo. La realtà offre tante occasioni per lagnarsi. Se rifletti però lamentarsi non cambia le cose e soprattutto dopo essersi lamentati ci si sente peggio di prima. L’attitudine alla lamentela si radica nel periodo di inizio della nostra vita. Da bambini infatti l’unico modo per ottenere soddisfazione ai nostri bisogni era il pianto. Il neonato piange per ottenere ciò di cui ha bisogno. Questo istinto di sopravvivenza c’è lo portiamo anche in età adulta. Il pianto però si trasforma in parole e iniziamo ad esprimere tutto ciò che non ci piace, ci disturba o ci fa soffrire, convinti, che come un tempo, con il pianto, ci verrà il soccorso. Questo meccanismo però non sempre funziona, da grandi è difficile trovare figure che ci accudiscono e siano sempre pronte ad intervenire. Come fare allora? Prima cosa è importante essere consapevole di questo meccanismo infantile. Dopo fermati e chiediti se lamentandoti starai meglio. Inoltre puoi decidere di evitare le persone che si lamentano e ti contagiano con la loro negatività. Successivamente agisci prima che parole e pensieri negativi invadano la tua mente, se puoi fare qualcosa per risolvere quella situazione, falla. Infine pensa a te stesso come persona positiva, amata, che possiede talenti che altri non hanno, capace di prendere in mano il proprio destino. Nelson Mandela, durante gli anni difficili della prigionia, così scriveva: «Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima». Chiaramente non è facile, spesso il contesto o anche i pesi che porti dentro, rendono faticoso questo processo. È necessario allora nutrirsi di positività. C’è ne abbastanza per essere felice. Tocca a te farla entrare dentro al cuore. Fermati la sera e pensa alle cose che hai ricevuto durante la giornata. Scrivi almeno tre cose positive di cui essere grato. Se inizi in realtà ti accorgerai che ce ne sono tante altre. Questo esercizio è da fare anche nelle giornate più terribili. Anche nei momenti tragici c’è qualcosa di buono, anche se nascosto. Riempiti di pensieri positivi e non inzupparti di mormorazioni! Se hai possibilità, ascoltati una canzone di Fiorella Mannoia, Che sia benedetta. Sono sicuro ti aiuterà! 

Iglobi luminosi che si intersecano e compenetrano rimandano all’atomo, in questo caso simbolo di Gesù risorto, principio e fine della realtà rinnovata. Dalì rimase scosso dall’esplosione della bomba atomica e fu proprio da quell’evento che si avvicinò alla fede. Attorno al 1950 risalgono molte opere religiose dell’artista. Cristo ascende al cielo quasi con lo stesso dinamismo cosmico della bomba di Hiroshima, un dinamismo positivo e non distruttivo. Gesù infatti sale al cielo e prepara un posto per coloro che vogliono accettare il suo amore, «Io vado a preparavi un posto, poi tornerò a prendervi con me, perché dove sono io ci siate anche voi».

Al culmine dell’ascesa, ad attendere il Salvatore, non c’è il volto del Padre, ma quello di Gala, moglie dell’artista e sua musa ispiratrice, capace di avvicinarlo alle realtà eterne. Come nelle antiche raffigurazioni dell’Ascensione la Madonna era il fulcro attorno al quale si ricompattava la Chiesa sgomenta per l’assenza del Maestro, così Dalì ritrae la Vergine Maria col volto di Gala.

Il girasole, che tutto avvolge con la sua luce, è segno dell’abbraccio affettuoso del Padre al quale siamo ammessi mediante Cristo, che con l’Ascensione ha aperto la via al Cielo. L’umanità entra in modo inaudito e nuovo in Dio, nella sua amicizia. L’Ascensione rivela il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli: quello raggiunto da Gesù con la sua risurrezione. Ancora Paolo scrive ai Corinzi: «Non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne». Grazie per la tua attenzione.

Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

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