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500 Maestri D'Arte

Triannuario di Arte Contemporanea – Ars Magistris

Caravaggio – Canestra di frutta, a cura di Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

Dimaestro

Lug 11, 2021

Benvenuto , oggi ti presento «Canestra di frutta» di uno dei miei pittori preferiti, Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. L’opera del 1594-98 si trova nella Pinacoteca Ambrosiana a Milano. I più attempati la ricorderanno raffigurata nelle banconote da 100.000 lire.

Uno sfondo, privo di dettagli, ricorda una parete intonacata. Al centro è raffigurata una canestra di vimini intrecciato, su un piano parallelo allo sguardo dell’osservatore, con frutta di vario genere. Grappoli di uva bianca e uva nera sporgono verso il basso. Alcune pere, una mela bacata, fichi e una pesca. Le foglie attaccate ai rametti sono secche e bucate da insetti. Tutto rappresentato con estremo realismo. Particolari che simboleggiano la vanitas dell’esistenza umana, la caducità della vita, bene effimero destinato a svanire nel tempo.

La «Canestra» dipinta da Caravaggio è uno dei primi esempi del genere artistico detto Natura morta. L’opera contribuì a superare la concezione rinascimentale che riservava alla figura umana dignità di soggetto elevato e invece la Natura morta era relegata a tema di puro svago.

Il Merisi celebra l’imperfezione della natura e la eleva a poetica artistica. Nello stesso tempo offre un’allegoria sulla precarietà dell’esistenza. Il canestro infatti sporge in avanti nel suo tangibile realismo tridimensionale, dando idea di instabilità.

«Vanità delle vanità, tutto è vanità» ammoniva Qoelet. Il rischio dell’uomo di oggi è assolutizzare i beni materiali, realtà che in breve possono scomparire per svariati motivi. Il filosofo Eraclito affermava: panta rei, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini che vi passano sopra cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo una generazione dopo l’altra. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i telegiornali di oggi, di me, di te, fra qualche anno o decennio no resterà nulla di nulla. Nel tentativo di non passare l’uomo si aggrappa alla giovinezza, chi all’amore e chi alla fama. «Non morirò del tutto, ho eretto con le mie poesie un monumento più duraturo del bronzo» diceva il poeta latino Orazio. Sì, ma a che serve ormai a lui questo “monumento”? Serve a noi, ma non a lui. «L’uomo non è che un soffio, i suoi giorni come ombra che passa», ripete la Bibbia e credo che almeno su questo punto tutti siamo pronti a darle ragione. 

Di fronte a questa esperienza che tutto passa, si possono prendere diversi atteggiamenti. Uno, ricordato nella stessa Bibbia, è quello di chi dice: «Mangiamo e beviamo, tanto domani moriremo». Gesù dice: «Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla, finché venne il diluvio e li inghiottì tutti».

«Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno». C’è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c’è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè credere, fidarsi di Dio. 

Questo pensiero a ciò che è eterno e non passa, non distoglie il cristiano dai compiti storici che ha in questo mondo? Sono note le accuse nei confronti dei credenti a questo riguardo: «I cristiani sprecano in cielo i tesori destinati alla terra» diceva Hegel. «Essi proiettano in cielo i loro desideri inappagati sulla terra» gli faceva eco Marx.

Se questo mondo è di Dio, creato da lui e in attesa, anch’esso, della piena redenzione, allora non solo non possiamo disinteressarci della sua sorte, ma dobbiamo contribuire alla sua conservazione e al suo miglioramento. Non è necessario fuggire dal mondo per essere con il Signore, perché Lui stesso è in questo mondo: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La fede in una vita futura diventa uno stimolo formidabile che non lascia nessuno tranquillo nella sua pigrizia. Il tempo ci è dato per «operare del bene a tutti», diceva san Paolo. Il cristiano è una persona che tende al cielo, ma tenendo i piedi per terra. Grazie per la tua attenzione. 

Alessio Fucile Critico e Storico dell’arte

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